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Chapter 2

Le Domande del Bambino e le Risposte del Cielo

Il Bambino Curioso, ancora pensieroso dopo aver percepito una risposta silenziosa da Dio, decide di interrogare il cielo sulle antiche verità e su come le persone abbiano iniziato a conoscere il Padre Celeste. Una notte, sogna di incontrare un Profeta Antico che gli racconta in modo buffo e affettuoso di Adamo, Noè e Abramo, illustrando attraverso esempi vivaci come Dio abbia scelto di comunicare con le persone nei tempi antichi. Il Bambino apprende che Dio non solo ascolta, ma anche parla tramite i profeti, guidando le persone verso l’amore e la pace. Il capitolo finisce con il Bambino che si sveglia, deciso a scoprire come ascoltare meglio le 'risposte' di Dio.

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Il problema delle domande non è che finiscono: è che fanno amicizia tra loro. La mattina dopo la merenda, mentre il sole cercava di infilarsi tra le tende (e il Bambino Curioso di infilarsi sotto il tavolo per recuperare una pallina di pane perduta), una domanda nuova le faceva il solletico dietro l’orecchio.

Se Dio ascolta tutti, come fa a parlare con loro? Le nuvole hanno una chat segreta? O forse usa i piccioni viaggiatori, ma con le penne d’oro?

Il Bambino, che aveva la testardaggine delle margherite a primavera — ovvero, cresceva dove nessuno pensava fosse possibile — sentiva che questa domanda era troppo grande per essere lasciata sotto il tavolo.

Così, tra una fetta di pane (più briciole che fetta) e qualche tentativo di incastrare formiche in processioni ordinate (le formiche, si scoprì, sono meno religiose di quanto sembrino), chiese alla Nonna: “Ma Nonna, come fa Dio a parlare con le persone? Con le orecchie abbiamo capito, ma la bocca dov’è?”

Nonna, che stava sbucciando una mela con la pazienza di chi sa che la fretta è per chi non ha denti, sorrise e disse: “Eh, questa sì che è una domanda croccante. Vedi, Dio parla con il cuore e, a volte, con la voce, ma spesso lo fa attraverso le persone speciali: i profeti.”

“Profeti?”

“Proprio così. Persone scelte da Lui, che ascoltano e poi raccontano agli altri ciò che Dio ha detto.”

Il Bambino si immaginò un signore con la barba lunga che urlava le ricette del cielo dal tetto della chiesa. “Tipo il postino?”

Nonna rise, e nella sua risata c’era il profumo delle mele più buone. “Un po’ postino, un po’ maestro, un po’ sognatore. Ma soprattutto: molto coraggioso.”

Zio Alfredo, che passava di lì con una scorta di caffè (per lui, non per Dio), intervenne: “L’ho sempre detto io che i profeti sono i primi a sapere le novità. Solo che non li invita mai alle partite di bocce.”

Il Bambino decise che la conversazione con le formiche era più semplice e che forse le risposte migliori si nascondono dove nessuno guarda.

Quella notte, il Bambino si addormentò sotto una coperta troppo corta per i piedi, ma abbastanza lunga per i sogni. E fu proprio in uno di questi sogni che si ritrovò in un luogo strano: un prato senza fine, pieno di fiori mai visti (e una formica gigante che portava un pane che pareva uscito da una fiaba esagerata).

In mezzo al prato, un uomo sedeva sopra una roccia. Aveva lo sguardo profondo e sereno, la barba lunga (ma non troppo) e occhi che ridevano anche senza una barzelletta.

“Ciao,” disse il Bambino, senza nemmeno chiedersi se fosse normale parlare ai sogni.

“Ciao a te,” rispose l’uomo. “Ti aspettavo. Sei pieno di domande, vero?”

Il Bambino annuì, stringendo tra le mani una margherita che non si ricordava di aver raccolto.

“Sei un… profeta?”

L’uomo sorrise: “Sono uno di quelli. Mi chiamano Antico, ma preferisco Profeta: fa più ridere i bambini e meno i cammelli.”

“Come parlava Dio con te?”

Il Profeta fece finta di ascoltare una voce venire dall’alto, poi rispose con solennità esagerata: “A volte, forte come il tuono. A volte, piano come una briciola che cade sul tavolo.”

Il Bambino rise, pensando che anche le briciole possono essere rumorose se ti finiscono nell’ombelico.

“All’inizio,” continuò il Profeta, “Dio parlò con Adamo, il primo della fila. Gli insegnò a coltivare, a dare i nomi agli animali (hai mai provato a chiamare un istrice? Non si gira mai). Gli spiegò anche come volersi bene. Era come un papà che insegna a fare il pane, solo con un pochino più di responsabilità.”

Il Bambino fece una faccia seria. “E poi?”

“Poi venne Noè. Un tipo tosto, sai? Doveva costruire una barca gigante. Nessuno ci credeva. Gli ridevano dietro, ma lui aveva ascoltato Dio. E Dio parlava, sì, anche attraverso la pioggia che non arrivava mai… finché arrivò tutta assieme!”

Il Bambino si immaginò Noè che cercava di mettere due ippopotami in giacca e cravatta sull’arca. Chiese: “Ma non aveva paura?”

“Certo che sì. Ma la fede è più grande della paura, almeno quando hai un buon martello e l’ombrello a portata di mano.”

“E Abramo?”

Il Profeta socchiuse gli occhi, come per cercare una storia tra le nuvole del sogno. “Abramo era amico di Dio. Parlava con Lui come tu con la Nonna. Camminavano molto, litigavano poco, ridevano spesso. Dio gli promise una famiglia grande quanto le stelle. Devi sapere che a contare le stelle, ci vuole tutta la notte e anche un po’ di pazienza — e infatti Abramo ne aveva da vendere.”

Il Bambino sospirò. “Ma io… non sono un profeta. Non sento niente di così forte.”

Il Profeta lo guardò con una tenerezza che non stonava con la barba. “Non serve essere profeti per sentire Dio. Basta avere il cuore e le orecchie aperte. A volte, una risposta arriva con una carezza, altre con una domanda ancora più grande. E credimi: Dio risponde anche se rispondi prima tu con un sorriso.”

Una brezza misteriosa portò il profumo delle mele e le risate della Nonna fino al prato del sogno. Il Profeta si alzò, scrollò la polvere dal mantello (che aveva più polvere di uno zerbino a gennaio) e aggiunse: “Ricorda, piccolo cercatore: Dio ama parlare con chi ama ascoltare. E le domande, se le coccoli, diventano ponti per arrivare più vicini a Lui.”

Il Bambino avrebbe voluto chiedere altre mille cose, tipo se sul prato ci fosse posto anche per Zio Alfredo (e le sue partite di bocce), o se i profeti giocassero mai a nascondino. Ma il prato cominciò a svanire, portando con sé il Profeta Antico e la formica gigante (che salutò con una zampa impolverata).

Aprì gli occhi. Era mattina presto. La casa era silenziosa, tranne per il borbottio del canarino e il suono, inconfondibile, delle ciabatte della Nonna sulla piastrella. Nel cuore, però, sentiva una strana sicurezza: forse non aveva tutte le risposte, ma sapeva che le domande non erano mai da soli.

Scese dal letto, corse in cucina e — senza nemmeno salutare il pane — raccontò tutto alla Nonna, che lo ascoltò con l’attenzione di chi sa che ogni sogno è un pezzetto di realtà in prova generale.

“Allora?” chiese, dopo aver finito la storia. “Dio parla davvero? Anche a chi sogna?”

Nonna versò il latte (più fuori che dentro la tazza, come sempre) e disse: “Dio trova sempre il modo. Ai profeti, ai bambini, anche alle formiche — se hanno orecchie abbastanza grandi.”

Il Bambino rise. Ma, mentre addentava la fetta di pane, si fece una promessa: avrebbe ascoltato meglio, ogni giorno, ogni sorriso, ogni parola detta e non detta. Forse, così, avrebbe potuto sentire la voce di Dio tra i rumori del mondo.

E proprio mentre si preparava a uscire in giardino, una nuova domanda si fece largo tra le vecchie compagne:

“Se Dio parla ai profeti, e io ascolto… allora posso diventare anche io, un pochino, portatore delle sue parole?”

La domanda era fresca, brillante e piena di speranza. E, se si fosse guardato bene attorno, forse avrebbe visto — per un attimo soltanto — una luce calda che entrava dalla finestra, e il sorriso di Qualcuno che ascoltava davvero.

Il viaggio del Bambino Curioso era appena iniziato, e presto avrebbe scoperto che a volte le risposte si nascondono nelle domande… e che ogni giorno è una pagina nuova nel grande libro del Cielo.

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