AIBookCraft

Chapter 3

Il Dono Segreto del Figlio di Dio

Il Bambino Curioso riflette sulle parole del Profeta Antico e, spinto dalla sua nuova domanda, chiede alla Nonna cosa significhi davvero essere portatore delle parole di Dio. Nonna e Zio Alfredo lo coinvolgono in una giornata speciale di aiuto in giardino, dove il Bambino scopre che piccoli gesti d’amore possono essere una risposta alla chiamata divina. In un momento di quiete, il Bambino sogna Gesù Cristo, che con affetto e umorismo gli mostra come la sua vita sia stata dedicata ad amare e servire gli altri. Il Bambino comprende che seguire Gesù è un’avventura fatta di gesti semplici e veri, e si risveglia con una nuova domanda: quali sono le parole che lui stesso può portare nel mondo?

8 min read

Il problema, quella mattina, era tutto nella marmellata.

Non che la marmellata fosse cattiva, anzi: era la famosa confettura di albicocche della Nonna, così densa che avrebbe potuto fermare una pallina da ping pong al volo. No, il problema era che il Bambino Curioso, mentre la spalmava sul pane, si era perso nei suoi pensieri e aveva lasciato cadere una grossa cucchiaiata proprio sulla tovaglia pulita. Subito dopo, la domanda che aveva nel cuore dal risveglio era scivolata fuori, grossa quanto una palla di gelato in estate.

“Nonna, ma… come si fa a portare le parole di Dio? Devo imparare delle frasi magiche?”

La Nonna, che stava leggendo una ricetta (la stessa da trent’anni, ma ormai era tradizione ricopiarla ogni volta), lo guardò sopra gli occhiali, con quell’aria da chi ha già visto molte marmellate fuori posto e ancora di più domande difficili.

“Le parole di Dio,” disse, “sono leggere come piume e pesanti come pietre. Ma non si portano sulle spalle — si portano nel cuore e tra le mani.”

Zio Alfredo sbucò dalla dispensa, con un sacchetto di patate e una faccia da investigatore che aveva finalmente trovato il colpevole della sparizione delle caramelle.

“Col cuore e tra le mani?” esclamò. “E io che pensavo bastasse non scordare gli appunti!”

Il Bambino si voltò verso di lui, sperando in una spiegazione meno poetica. “Zio, tu l’hai mai portata una parola di Dio?”

Zio Alfredo si grattò il mento — come se cercasse di far crescere una barba da profeta, ma senza troppo successo. “Mah… una volta ho detto ‘per favore’ senza che me lo chiedessero. Contava?”

La Nonna lo guardò con una rassegnazione affettuosa. “Anche ‘per favore’ va bene, se viene dal cuore.”

Il Bambino rise. Ma l’idea che portare le parole di Dio non fosse una missione da supereroe lo incuriosiva ancora di più. Senza nemmeno accorgersene, si ritrovò a seguire la Nonna e Zio Alfredo in giardino, dove la primavera aveva deciso di festeggiare in anticipo e le formiche — evidentemente invitate — erano più numerose dei fiori.

La Nonna diede al Bambino il compito di raccogliere le foglie secche. “Una alla volta,” disse con finta severità, “come si raccolgono i pensieri buoni.”

Zio Alfredo, invece, si era autoproclamato ‘capo annaffiatoio’, e spiegava con voce solenne che “le piante, per crescere, hanno bisogno di acqua, luce e almeno una barzelletta al giorno.”

Il Bambino iniziò a lavorare. Raccogliere le foglie era un’impresa epica, soprattutto perché il vento sembrava avere un senso dell’umorismo tutto suo. Ogni volta che riusciva a fare un mucchietto ordinato, una folata improvvisa lo sparpagliava di nuovo. Alla terza volta, il Bambino chiese: “Nonna, anche Dio ha questi problemi quando cerca di mettere ordine?”

La Nonna sorrise, sedendosi su una sedia pieghevole che cigolò di approvazione. “Oh, caro mio, Dio sa bene che mettere in fila i pensieri delle persone è ancora più difficile che raccogliere foglie col vento. Ma non si stanca mai di provarci.”

Il Bambino, orgoglioso del suo mucchietto (che ormai si era spostato tre metri più in là), si fermò un momento. Gli venne da pensare che forse, per portare le parole di Dio, serviva solo la pazienza di chi non si arrende al primo soffio contrario.

A un certo punto, arrivò una vecchia vicina, la Signora Marini, con la borsa della spesa più piegata che piena. “Avete visto il mio gatto?” chiese, senza troppa speranza.

Zio Alfredo indicò un cespuglio sospetto. “Se non è lì dentro, forse sta predicando alle lucertole!”

Il Bambino decise di aiutare la signora a cercare il gatto. Lo trovò poco dopo, sotto una panchina, intento a fare quello che sanno fare meglio i gatti: niente di utile. La signora Marini sorrise d’un sorriso di quelli che ti vengono quando qualcuno fa qualcosa che non ti aspettavi.

“Grazie, caro. Sei proprio un tesoro.”

Il Bambino si sentì caldo dentro, come quando si nasconde sotto la coperta e il mondo sembra più gentile. Forse, pensò, anche questo era un modo per portare le parole di Dio: senza proclami, ma con gesti piccoli e veri.

La giornata proseguì tra giochi, foglie ribelli e le battute di Zio Alfredo (che ormai parlava solo per proverbi inventati). Al tramonto, il Bambino sentiva ancora la domanda pulsare sotto la pelle: “Come posso portare davvero le parole di Dio? E se sbaglio? E se non bastasse?”

Quella sera, complice l’aria fresca e il rumore dei piatti che tintinnavano dalla cucina, il Bambino si affacciò alla finestra e guardò il cielo. Non c’erano risposte scritte tra le stelle, ma una specie di promessa silenziosa: ogni domanda aveva il diritto di esistere.

Quando si addormentò, la domanda lo seguì come una formica tenace. E nel sogno, questa volta, non c’era un prato, ma una strada di polvere e sassi, illuminata da una luce dolce e piena. Camminava da solo, finché una figura apparve accanto a lui: era Gesù Cristo, con occhi gentili e passo tranquillo.

“Ti vedo pensieroso,” disse Gesù, con un sorriso che avrebbe fatto sbocciare le primule in pieno inverno.

Il Bambino annuì. “Non so bene cosa devo fare. Tutti parlano di portare le tue parole. Ma io… non so nemmeno da dove cominciare.”

Gesù si chinò per raccogliere una pietra. “Sai giocare a lanciar sassi?”

Il Bambino sorrise, finalmente a suo agio. “Sono campione di lancio a corto raggio.”

Gesù rise piano. “Allora guarda.” E lanciò la pietra, che atterrò con un tonfo leggero vicino a un ruscello.

“Vedi,” disse, “così è l’amore. Lo lanci semplice, senza forza, e fa cerchi nell’acqua, uno dietro l’altro. Non serve gridare, basta iniziare. Anche il più piccolo gesto, se fatto con amore, cambia qualcosa.”

Il Bambino provò a lanciare una pietra, ma finì a tirarla dietro ai piedi. Gesù si chinò per aiutarlo a trovare un’altra pietruzza.

“Non aver paura di sbagliare,” disse Gesù. “Io ho camminato tanto, e non sempre mi hanno capito. Ma non ho mai smesso di amare. Ho aiutato chi era triste, ho ascoltato chi aveva paura, ho perdonato chi mi aveva ferito. E sai una cosa? Ogni sorriso, ogni parola gentile è come una pietra lanciata nel lago: lascia sempre un segno.”

Il Bambino guardò la superficie dell’acqua, dove i cerchi si allargavano piano piano. “Ma se nessuno vede?”

“Allora vuol dire che Dio vede per tutti. È il suo mestiere, sai?”

Ci fu un momento di silenzio, pieno di promesse e di sogni.

Gesù proseguì: “Non devi aspettare di essere grande, o di avere tutte le risposte, per essere portatore della mia parola. A volte basta ascoltare. A volte basta aiutare la Nonna a raccogliere le foglie, o restituire un gatto smarrito. L’amore vero è semplice, e spesso fa ridere chi lo riceve.”

Il Bambino si sentì leggero, come se avesse ali al posto dei dubbi. “Posso domandare anche quando non sono sicuro?”

“Devi!” rispose Gesù. “Le domande tengono il cuore aperto. E il cuore aperto è la casa perfetta per le parole di Dio.”

Il sogno cominciò a svanire tra i colori dell’alba. Il Bambino si voltò per ringraziare Gesù, ma Lui era già lontano, lasciando al Bambino la sensazione di aver ricevuto un dono segreto, tutto suo.

Si svegliò con il sorriso, proprio quando la luce entrava dalla finestra per giocare a nascondino sulle pareti. Corse in cucina, trovò Zio Alfredo che raccontava una barzelletta al tostapane e la Nonna che cercava di insegnare al canarino una poesia (con risultati discutibili).

“Mamma mia,” disse la Nonna, “che sorriso è questo? Hai sognato di vincere le olimpiadi delle foglie?”

“No,” rispose il Bambino, “ma ho imparato a lanciare le parole buone.”

Zio Alfredo, fingendo di capirci qualcosa, approvò: “E ricorda: se non sanno nuotare, falle galleggiare!”

Il Bambino rise, poi si fermò, improvvisamente serio. “Nonna, quali sono le parole che io posso portare oggi?”

La Nonna gli mise una mano sulla testa. “Quelle che ti vengono dal cuore, e che fanno sorridere chi le ascolta. E, se proprio vuoi, anche una fetta di pane con la marmellata.”

Il Bambino pensò che forse, tra tutte le domande che aveva, questa era la più bella: quali parole posso inventare io, per portare un po’ di cielo sulla terra?

E con questa domanda fresca come il giorno nuovo, si preparò ad affrontare le avventure che lo attendevano — perché ogni parola, anche la più piccola, può essere seme di qualcosa di grande.

Non poteva sapere che, prima di sera, avrebbe scoperto un altro segreto, nascosto tra le piante del giardino. Ma questa è un’altra storia, e ogni domanda è solo l’inizio di una risposta ancora più luminosa.

✦ ✦ ✦
Play from here

Privacy choices

Optional analytics help us improve AIBookCraft. They stay off until you allow them. We still count anonymous page views, without cookies or an ID. Writing, sign-in, and checkout work either way.

Change this choice any time. Read our Privacy Policy.