Chapter 3
Capitolo 3 — Non Vilnius, non riposo
Luce e la Regina delle Gatte lasciano il vecchio templare e si dirigono verso una città che Luce percepisce come una versione futuristica e distorta di Vilnius, con luci gialle e verdi. Durante il viaggio la terra sussurra più forte e il nefas juodas cerca di interferire. La Regina delle Gatte lo guida attraverso le strade giallo-verdi verso un segnale collegato al Dio Gatto. Lo Spirito Antico appare brevemente per confermare che la destinazione è corretta. Luce riflette sul suo percorso solitario, sui lupi della sua infanzia e sulle comunità digitali, riconoscendo che il suo branco si sta formando in modi inaspettati.
Ho bisogno di essere sincero su una cosa: quando il vecchio templare ha detto che dovevo imparare a usare ciò che avevo dentro, speravo in un piano dettagliato. Un programma di formazione strutturato. Magari un weekend intensivo con pranzo incluso. Invece ho ottenuto una gatta che è uscita dalla costruzione di pietra con l'andatura di chi ha un appuntamento improrogabile e la certezza assoluta di sapere dove sta andando.
E io l'ho seguita. Perché è questo che fai quando una creatura elegante con occhi millenari ti dice di muoverti: ti muovi. Non perché sei coraggioso. Perché l'alternativa è restare in una capanna di pietra con incisioni che ti fanno venire il mal di testa e un'ombra danzante che comunica per haiku criptici.
La Regina delle Gatte ha preso un sentiero che non era sulla mappa. Nessuna mappa, in realtà. Il sentiero era appena visibile, una linea sottile tra l'erba alta che poteva essere un viottolo come poteva essere il passaggio di un animale notturno. Ma lei procedeva con sicurezza, il passo fluido e deciso, e io dietro, cercando di non inciampare nelle radici mentre il cielo sopra di noi passava dall'azzurro al grigio al colore indefinibile che hanno i cieli quando non sanno decidere se piovere o aspettare ancora.
Non stavamo tornando al villaggio. Lo capivo dalla direzione, anche se direzione è una parola generosa quando sei in un bosco che sembra piegarsi su se stesso. Stavamo andando verso qualcosa. Qualcosa di specifico. E la Regina delle Gatte accelerava, il che significava o che la meta era vicina o che qualcosa di sgradito ci seguiva. Con la mia fortuna, entrambe le cose.
Il terreno è cambiato gradualmente. Prima radici e muschio, poi terra battuta, poi pietre incrinate coperte da uno strato di muschio così spesso che sembrava una moquette naturale. E poi, improvvisamente, asfalto. Vecchio, spaccato, invaso dalle erbacce, ma innegabilmente asfalto. Il genere di superficie che appartiene alla civiltà, o a quello che ne resta.
La città è apparsa come un ricordo malformato.
Non Vilnius. O meglio: come qualcuno avrebbe potuto descrivere Vilnius a un pittore che non c'era mai stato e aveva a disposizione solo colori gialli e verdi. Le strutture erano lì, la sensazione di strade organizzate intorno a un centro antico, ma tutto era... spostato. Sfalsato. Gli edifici avevano linee che non erano propriamente sbagliate ma nemmeno del tutto giuste, come se qualcuno avesse preso il progetto originale e lo avesi ricomposto da memoria imperfetta. E i colori. Giallo ovunque, un giallo caldo e profondo come ambra illuminata dall'interno, intervallato dal verde delle superfici vetrate che riflesso il sole morente in tonalità che andavano dallo smeraldo al verde muffa, a volte nello stesso pannello.
Futuristico non nel senso di astronavi e ologrammi. Futuristico nel senso di qualcosa che è nato dopo che il presente ha finito di esistere e ha dovuto reinventarsi usando frammenti di ciò che ricordava. Una Vilnius che non era mai esistita ma che in qualche modo era reale, con le sue finestre gialle che brillavano di una luce interna e le sue superfici verdi che pulsavano come se respirassero.
«Bella, vero?» ha detto una voce nella mia testa. No, non la Regina delle Gatte. Lo Spirito Antico. Sempre lui, sempre al momento giusto, sempre con commenti che non aiutano quanto pensi.
«Dove siamo?» ho chiesto, perché quando un'entità eterea ti appare accanto in una città fantasma dai colori impossibili, la domanda più logica riguarda la geografia.
«Non dove» ha risposto. «Quando.» E prima che potessi chiedere chiarimenti, si è dissolto in un refolo di luce soffusa che si è infilato tra le crepe di un muro giallo-verde come fosse acqua che cerca il mare.
Fantastico. Quando. Come se il quando fosse una risposta utile. Come se vivere in un luogo fuori dal tempo spiegasse qualcosa oltre al fatto che la mia bussola interiore è rotta quanto quella fisica.
La Regina delle Gatte non si è fermata. Ha attraversato la prima strada con la sicurezza di chi possiede ogni centimetro di quel territorio, il che, considerando che era una città apparentemente deserta, diceva molto sul suo concetto di proprietà privata. L'ho seguita lungo vie strette dove il giallo dominava e piazze aperte dove il verde rifletteva il cielo in geometrie che facevano pensare a specchi d'acqua solidi. Nessun suono. Nessun movimento oltre noi due. Ma presenza. Sentivo presenza ovunque, come se la città stessa fosse viva e ci osservasse attraverso ogni superficie luminosa.
E poi la terra ha sussurrato.
Non il sussurro vago e persistente che avevo sentito prima. Questo era più netto, più vicino, come se la fonte si fosse spostata da qualche parte sotto i piedi a direttamente dietro le mie spalle. Un suono basso, continuo, che vibrava attraverso l'asfalto e le pietre e mi entrava nelle ossa come una corrente fredda. La terra ferita che parlava. Che raccontava. Che lamentava.
Mi sono fermato. La Regina delle Gatte si è voltata a guardarmi. I suoi occhi, quegli occhi che contenevano segreti millenari, brillavano nella luce gialla della città con un'intensità che era quasi dolorosa da sostenere. E in quell'intensità ho letto qualcosa che non mi aspettavo: compassione. Non per me. Per la terra. Per ciò che stava dicendo con il suo sussurro rotto e incessante.
Il potere dentro di me ha pulsato. Quel due percento di Yods Veles Lucius, quella chiave che poteva aprire porte che non potevo richiudere, ha risposto al sussurro della terra con una vibrazione propria. Come se riconoscesse la lingua. Come se, in qualche frammento del suo essere antico, sapesse cosa stava dicendo la terra ferita.
Ma capire e ascoltare sono cose diverse. Io sentivo. Non capivo. Non ancora.
L'ombra è arrivata senza preavviso.
Non come nella foresta, dove si era tenuta ai margini, osservando, assaggiando l'aria. Qui è stata immediata. Un calo di temperatura così brusco che il mio respiro si è condensato in nuvolette bianche nel mezzo di una giornata che fino a un secondo prima era tiepida. Le superfici gialle si sono scurete. Quelle verdi si sono opacizzate, come se un filtro avesse coperto ogni fonte luminosa della città contemporaneamente. E il sussurro della terra è cambiato tono: da lamento a allarme.
La Regina delle Gatte ha ringhiato. Quel ringhio profondo, gutturale, che sembrava venire da un luogo molto più vasto del suo corpo. Il pelo sulla sua schiena era sollevato, la postura tesa, ogni muscolo pronto. Non era paura. Era sfida. Una gatta di poche decine di centimetri che affrontava qualcosa di antico e famelico con la stessa determinazione con cui avrebbe difeso un cucciolo da un predatore.
Ed era lì per me. L'ho capito con una chiarezza che non ammetteva dubbi. Il nefas juodas non era interessato alla città fantasma né alla terra ferita né alla gatta. Era interessato a ciò che portavo dentro. Quel due percento di potere che avevo acceso come un faro toccando le incisioni del Graal. La scintilla nel buio. Tutti vedono le scintille. Anche ciò che vive nel buio.
Mi sono concentrato. Non sapevo cosa fare, esattamente, ma sapevo cosa non fare: non toccare altre pietre misteriose, non accendere altri fari, non dare all'ombra altro da vedere. Ho cercato il silenzio dentro di me, quello spazio che lo Spirito Antico aveva indicato come luogo delle risposte. Il silenzio dell'anima. Suona bene in teoria. In pratica, con un'ombra oscura che ti circonda e una gatta che ringhia al tuo fianco, trovare il silenzio interiore è come cercare di meditare durante un terremoto.
Ma ci ho provato. Ho chiuso gli occhi, ho respirato, e in mezzo al caos ho trovato qualcosa. Non il silenzio completo, ma uno spazio. Uno spiraglio. Come una fessura in una porta da cui filtra una luce sottile. E in quello spiraglio, per un istante brevissimo, ho sentito il potere di Yods Veles Lucius rispondere. Non con forza. Non con esplosioni luminose o fulmini drammatici. Con calore. Un calore lieve, come una mano posata sul petto, che diceva: sono qui. Non basta. Ma ci sono.
L'ombra ha esitato. Solo un momento. Un battito di ciglia nell'eternità di qualcosa che non ha palpebre. Ma è bastato perché la Regina delle Gatte agisse. Si è mossa con una velocità che non appartiene a nessun felino domestico che abbia mai visto, balzando verso il punto dove l'aria era più densa, più fredda, più sbagliata. E in quel punto, per un secondo, le superfici della città hanno ripreso vita. Il giallo è tornato. Il verde ha riacquistato la sua lucentezza. L'ombra si è ritirata, non sconfitta, ma... spostata. Respinta. Come un'onda che incontra un argine troppo alto per superare.
La Regina delle Gatte è tornata da me con un passo che era quasi indifferente, come se avesse appena fatto qualcosa di noioso come controllare la posta. Mi ha guardato con quegli occhi e ho ricevuto il messaggio chiaro: non farlo di nuovo. Non accendere fari. Non attirare attention. Muoviti.
Così mi sono mosso. Attraverso strade gialle che adesso brillavano con una luce quasi ostinata, come se la città avesse deciso di resistere all'ombra semplicemente rifiutandosi di spegnersi. Superato edifici verdi le cui superfici riflettevano non il cielo sopra ma qualcosa altrove, qualcosa di lontano e profondo che non riuscivo a identificare. La Regina delle Gatte guidava con urgenza, e io seguivo, e la terra sotto i miei piedi continuava a sussurrare, solo che adesso il sussurro era mescolato a qualcos'altro. Un ronzio. Un segnale. Qualcosa che proveniva dal cuore di questa Vilnius che non era Vilnius e che chiamava con una frequenza che il mio due percento di potere antico riconosceva senza decifrare.
Il Dio Gatto conosce la via. Seguila.
Le parole dello Spirito Antico. Sei parole impigliate nella mia mente come spine nella lana. E la via, apparentemente, passava per questa città impossibile, questi colori che non appartenevano a nessun arcobaleno che conoscessi, questo luogo che era e non era la capitale di un paese che avevo visitato solo nei feed digitali e nelle mappe online della mia giovinezza curiosa.
Pensavo ai lupi. A quel bambino isolato nei boschi che sognava branchi e libertà. Pensavo alle comunità online, ai pixel che diventavano appartenenza, agli sconosciuti che diventavano branco attraverso schermi e algoritmi. E adesso ero qui, in una città fantasma dai colori impossibili, con una gatta come guida e un'ombra come inseguitrice, e pensavo: ecco il mio branco. Eccolo. Un vecchio templare che parla per enigmi, un'entità eterea che comunica in sei parole alla volta, e una gatta regale che combatte l'oscurità con ringhi che non dovrebbero uscire da un corpo così piccolo.
Non era il branco che avevo immaginato da bambino. Non era quello che avevo cercato nei feed digitali, tra le foto di lupi nella neve e le conversazioni notturne con sconosciuti che capivano cosa significa sentirsi soli anche in mezzo alla gente. Era qualcosa di più strano, di più fragile, di più vero.
E mentre procedevo verso il cuore della città giallo-verde, verso il segnale che chiamava il mio potere antico, verso qualunque cosa il Dio Gatto avesse preparato per me, ho capito una cosa semplice e terrorizzante: non ero più solo. Il bambino solitario nei boschi, il lupo senza branco nel feed digitale, l'outsider perenne aveva finalmente trovato la sua gente. Peccato che la sua gente fosse una gatta, un fantasma e un vecchio templare, e che la missione coinvolgesse forze oscure che mangiavano la terra per colazione.
Ma insomma. Almeno non mi annoiavo.