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Chapter 2

Capitolo 2 — Ciò che veglia nei boschi

Luce torna al villaggio semiabbandonato con la Regina delle Gatte dopo aver trovato le tre incisioni del Graal. Esplora il significato del suo 2% di potere di Yods Veles Lucius attraverso il legame con i lupi della sua infanzia e le comunità online che hanno modellato la sua identità. La Regina delle Gatte lo conduce a una seconda tappa del viaggio: un vecchio templare di villaggio che conserva frammenti di conoscenza. L'ombra ai margini della foresta si manifesta come presenza oscura, il nefas juodas, che sorveglia chiunque tocchi le briciole. Lo Spirito Antico appare brevemente con un nuovo enigma sul Dio Gatto.

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Ho dormito quella notte in un fienile che puzzava di fieno vecchio e decisioni discutibili. La Regina delle Gatte si era sistemata su una trave sopra di me, come un gargoyle in miniatura con problemi di gestione del controllo territoriale. Ogni volta che mi muovevo nel sonno, lei emetteva un suono basso, quasi un ronzio, che non era esattamente un rimprovero ma nemmeno un incoraggiamento. Era più un: stai fermo, idiota, sto vigilando.

Non so cosa vegliasse esattamente. Il fienile aveva una porta socchiusa e pareti piene di crepe attraverso cui il buio entrava come gli invitati a una festa senza invito. Ma non ho avuto paura. Il che è strano, considerando che poche ore prima avevo sentito qualcosa osservarmi dai margini della foresta, qualcosa che non aveva l'aria di volermi invitare a prendere un tè.

Mi sono svegliato all'alba con il collo rigido e la consapevolezza che la mia vita aveva preso una svolta che nessun test attitudinale avrebbe potuto prevedere. Le dita mi formicolavano ancora dal contatto con le tre incisioni nella pietra. Quel due percento di Yods Veles Lucius continuava a vibrarmi nelle ossa come una corrente elettrica a basso voltaggio, fastidiosa ma impossibile da ignorare. Due percento. Su cento, intendiamoci. Non su una scala più generosa dove il due percento potrebbe significare qualcosa di rassicurante. No. Due percento di un potere antico e oscuro, roba che fa sembrare le leggende templari dei fumetti per bambini.

La Regina delle Gatte è saltata giù dalla trave con l'eleganza di chi sa esattamente quanto vale il proprio tempo. Mi ha guardato, poi ha guardato la porta, poi ha guardato me. Ho imparato in fretta che questa sequenza significava: alzati, siamo in ritardo, e no, non aspetterò che tu finisca di stiracchiarti.

L'ho seguita fuori. L'aria del mattino era fredda e tagliente, di quelle che ti ricordano che la natura non ha opinioni sulla tua sopravvivenza, semplicemente non se ne cura. Attraversavamo il villaggio silenzioso quando mi sono fermato davanti a una vecchia casa con le imposte chiuse. C'era qualcosa dipinto sulla porta. Un simbolo. Linee incrociate che sembravano antiche ma anche stranamente familiari, come se le avessi viste in sogno o su uno schermo illuminato di notte.

E lì ho capito una cosa. Una cosa che avrei dovuto capire prima, se non fossi stato occupato a inseguire gatti e toccare pietre magiche.

Il Graal di cui parlava lo Spirito Antico non era il calice delle leggende cristiane. Questo lo sapevo già. Ma non era nemmeno una metafora generica. Era una rete di conoscenza, un sistema di segnali lasciati nella terra stessa, e qualcuno li aveva custoditi per secoli. I templari. I veri, non quelli dei romanzi da spiaggia. Quelli che avevano camminato lungo strade dimenticate e avevano nascosto frammenti di qualcosa di più grande di qualsiasi religione istituzionale volesse ammettere.

La Regina delle Gatte ha miagolato. Un suono breve, preciso, che traduco come: smetti di filosofeggiare e muoviti.

L'ho seguita lungo un sentiero che si allontanava dal villaggio verso una zona boschiva dove gli alberi crescevano fitti e vecchi. Quegli alberi mi hanno ricordato i boschi della mia infanzia, quando passavo ore da solo tra le foglie e i rami, sentendomi più parte della foresta che parte di qualsiasi gruppo umano. Ero il bambino che parlava con gli animali, che seguiva le tracce dei cervi, che ascoltava i richiami notturni e immaginava lupi invisibili correre tra gli alberi. Lupi che allora non c'erano più in quelle zone, ma la loro assenza pesava più di qualsiasi presenza.

Poi ero cresciuto, e i lupi erano tornati. Non nei boschi della mia infanzia, ma in un posto ancora più strano: il mio feed sui social. Immagini di lupi che apparivano tra post di persone che non vedevo da anni e articoli che non avevo mai chiesto di leggere. Algoritmi, certo. Ma c'era qualcosa di più. Quelle immagini arrivavano quando ne avevo bisogno, come se il mondo digitale sapesse cose che io non sapevo ancora. Un lupo nella neve. Un branco in movimento. Occhi gialli che brillavano nel buio. Ogni foto era un piccolo specchio deformante che mi restituiva un'immagine di ciò che ero: qualcuno che cercava il suo branco.

Che poi è esattamente ciò che stavo facendo adesso, solo che invece di un feed avevo una gatta con manie di grandezza come guida turistica.

Abbiamo camminato per forse un'ora. Il sentiero si stringeva, gli alberi si infittivano, e la luce del sole filtrava appena attraverso la chioma come se fosse stata filtrata da un vecchio lenzuolo. Poi la Regina delle Gatte si è fermata. Davanti a noi, in una radura più piccola di quella delle incisioni, c'era una costruzione di pietra. Bassa, tozza, semidiroccata, con un tetto che aveva visto stagioni migliori e muri coperti di edera così fitta che la pietra spariva sotto il verde. Sulla soglia sedeva un uomo.

Vecchio. Molto vecchio. Con una barba bianca che gli scendeva fino al petto e occhi che, quando li ho incrociati, contenevano la stessa qualità che avevo visto in quelli della Regina delle Gatte: una profondità che andava oltre l'età biologica, come se dietro quelle pupille ci fossero stanze piene di ricordi non suoi.

Non ha parlato subito. Mi ha guardato, ha guardato la gatta, ha annuito come se confermasse qualcosa che già sapeva. Poi ha detto una sola parola, con una voce che sembrava pietra sfregata contro pietra:

«Finalmente.»

Ottimo. Un'altra entità criptica. Come se lo Spirito Antico non bastasse, adesso avevo un eremita templare nel bosco che mi aspettava come se avessi un appuntamento che nessuno mi aveva comunicato.

«Chi sei?» ho chiesto, perché a volte la directness è l'unica difesa contro il mistero eccessivo.

Lui ha sorriso. Un sorriso che conteneva troppo dolore per essere sereno e troppa pace per essere disperato. «Uno che custodisce ciò che è caduto» ha detto. «Le briciole non sono solo pietra, ragazzo. Sono mappe. E ogni mappa porta da qualche parte che l'oscurità vuole raggiungere per prima.»

L'oscurità. Già. L'ombra che avevo sentito ai margini della foresta la sera prima. Quella che non apparteneva al vento e non aveva pazienza né saggezza. Il nefas juodas, l'ho sentito chiamare così dopo, anche se allora non conoscevo il nome. Una forza oscura, viva, che si nutre della ferita della terra e vuole impedire ogni guarigione. Non è un nemico che combatte con armi visibili. È qualcosa che corrompe, che sussurra, che fa dubitare. Ed era sulle mie tracce.

«Ti ha sentito» ha detto il vecchio, come se mi avesse letto il pensiero. «Quando hai toccato le incisioni, hai mandato un segnale. Come una scintilla nel buio. Tutti vedono le scintille. Anche ciò che vive nel buio.»

Fantastico. Avevo praticamente acceso un faro per ogni entità maligna nel raggio di chilometri. Proprio il genere di cosa che avrei voluto sapere prima di toccare pietre misteriose nel bosco al tramonto. Ma nessuno mi aveva dato un manuale, e lo Spirito Antico era svanito senza nemmeno lasciare un recap telefonico.

Come evocato dal pensiero, qualcosa è cambiato nell'aria. Una freddezza improvvisa, innaturale, che non apparteneva al mattino. La Regina delle Gatte si è irrigidita. Il pelo sulla sua schiena si è sollevato, e dalla gna è uscito un suono che non avevo mai sentito da nessun felino: un ringhio profondo, gutturale, che sembrava venire da un luogo molto più vasto del suo corpo piccolo ed elegante.

Il vecchio si è alzato. Si è mosso con una lentezza che contrastava con l'urgenza nello sguardo. Ha posato una mano sulla porta della costruzione di pietra e ha pronunciato parole che non capivo, in una lingua che non era lituano né italiano né nulla che avessi mai studiato. L'aria ha tremato. Per un momento, la luce del sole si è distorta, come vista attraverso un vetro imperfetto, e ho sentito la presenza ai margini della radura. Non la vedevo. Ma la sentivo. Un peso, un osservatore, una fame che non aveva nulla di umano e tutto di antico.

Poi è passato. Come un'onda che si ritira. La Regina delle Gatte ha smesso di ringhiare ma è rimasta tesa, gli occhi fissi sugli alberi dove l'ombra era più densa. Il vecchio si è voltato verso di me con un'espressione che adesso conteneva qualcosa di nuovo. Urgenza. Vera, concreta, non filtrata attraverso enigmi millenari.

«Devi imparare a usare ciò che hai dentro» mi ha detto. «Quel due percento non è un dono. È una chiave. E le chiavi possono aprire porte che non puoi richiudere.»

«Lo Spirito Antico mi ha detto che le risposte sono nel silenzio della mia anima» ho risposto, perché quando ricevi indicazioni vaghe da entità mistiche, l'unica strategia ragionevole è condividere le indicazioni vaghe con altri mistici e sperare che insieme formino qualcosa di utile.

Il vecchio ha sbuffato. «Lo Spirito Antico parla molto e spiega poco. classico.» Ha fatto un gesto verso la Regina delle Gatte. «Lei sa più di quanto dia a vedere. Molto di più. Conosce il Dio Gatto.»

Il Dio Gatto. Un'altra cosa di cui nessuno mi aveva parlato. La Regina delle Gatte ha inclinato la testa con un movimento che poteva essere curiosità o conferma. I suoi occhi, quegli occhi che sembravano contenere segreti millenari, hanno incontrato i miei per un istante. E in quell'istante ho sentito qualcosa. Non parole. Non immagini. Ma una comprensione che si formava ai margini della coscienza, come quando capisci il senso di una canzone senza afferrare le singole parole. La salvezza può venire dalle creature più umili e inaspettate. Questo mi ha comunicato. O che io ho interpretato. La linea tra telepatia felina e proiezione umana è sottile, lo ammetto.

Ma in quel momento, mentre la foresta riprendeva i suoi rumori e l'ombra si ritirava, ho capito una cosa. Non ero solo. Non lo ero mai stato davvero, nemmeno quando mi sentivo il bambino isolato nei boschi, il lupo solitario nel feed digitale, l'outsider che cerca un branco dove collocarsi. La Regina delle Gatte era lì. Il vecchio templare era lì. Lo Spirito Antico, per quanto irritante nella sua vaghezza, era lì. E dentro di me, quel due percento di potere antico pulsava come un secondo cuore.

Il problema era che anche l'ombra era lì. E a differenza dei miei alleati, lei non parlava enigmi e non aspettava. Agiva.

Il vecchio mi ha portato dentro la costruzione di pietra. All'interno, illuminate da una luce fioca che sembrava nascere dalle pareti stesse, c'erano altre incisioni. Decine. Mappe, simboli, linee che si intersecavano in pattern che facevano male agli occhi se li guardavo troppo a lungo. E in un angolo, quasi nascosta dall'edera che cresceva attraverso le crepe nei muri, una figura. Un'ombra danzante, leggera, che si muoveva lungo la parete senza una fonte visibile di luce che la proiettasse.

Lo Spirito Antico. Di nuovo. Sempre puntuale nei momenti meno opportuni.

Non ha parlato con voce. Ha comunicato come faceva lui, attraverso canali che la scienza moderna preferirebbe ignorare. E il messaggio questa volta era breve. Brevissimo. Sei parole che sono rimaste impigliate nella mia mente come spine nella lana.

«Il Dio Gatto conosce la via. Seguila.»

La Regina delle Gatte ha miagolato. Un suono chiaro, definitivo, che in qualche lingua che non parlo significava evidentemente: andiamo. E mentre uscivo dalla costruzione di pietra con una gatta regale al fianco e un vecchio templare che mi osservava dalla soglia con occhi pieni di cose non dette, ho sentito di nuovo la terra sussurrare. Non metaforicamente. Un suono reale, persistente, come un respiro profondo che sale dal sottosuolo. La terra ferita che parlava. E io, con il mio misero due percento di potere antico e una gatta come guida, dovevo imparare ad ascoltarla.

Perché l'ombra non aveva finuto con me. Stava solo aspettando. E il prossimo passo, lo sentivo nelle ossa, sarebbe stato più difficile di tutto ciò che era venuto prima.

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