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Chapter 1

Capitolo 1

Il narratore rievoca un'infanzia segnata dall'immagine di Lenin e da un viaggio spirituale che lo porta a confrontarsi con il denaro, la storia e la ricerca del Graal, incontrando la guida Kipras.

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Ricordo il volto di Lenin. Non quello dei libri di storia, ma quello vero, sporco, sbavato dalla pioggia su un muro di mattoni in una via secondaria di Jurbarkas. Era sopravvissuto al crollo dell'Unione Sovietica, come una cicatrice che il tempo non aveva cancellato. La sua faccia era lì, con quella barbetta a punta e gli occhi che sembravano guardare dritto dentro di te, accusandoti di non aver portato a termine la rivoluzione. Ogni giorno passavo davanti a quel muro, e ogni giorno sentivo il peso di una storia che non era la mia, ma che mi era stata cucita addosso come un vestito troppo stretto.

Poi, anni dopo, arrivò il momento di Cipro. Non so bene come, ma mi ritrovai a cercare di ricevere del denaro tramite PayPal da qualcuno laggiù. Forse un lavoro, forse un favore. La transazione non andò a buon fine. Il sistema rifiutò il pagamento, e io rimasi con un senso di euforia strano, come se quel denaro fosse stato una promessa che la vita mi aveva fatto solo per togliermela. E con l'euforia arrivò la colpa. Perché desiderare così tanto? Perché aggrapparsi a qualcosa di così effimero?

Nel 2002, presi un treno per Riga. Non so cosa cercassi. Forse una risposta, forse solo un cambiamento di scenario. Ma a Riga, in una via umida e grigia, mi fermai davanti a un edificio che un tempo era stato il quartier generale dell'NKVD. La sua presenza era ancora tangibile, come un fantasma che non se n'era mai andato. Sentii il peso di quelle mura, di quelle celle, di quelle domande senza risposta. Poi tornai indietro. Il viaggio di ritorno in Lituania fu strano: sembrava di viaggiare sul Grįžulo vežimas, il carro dell'Orsa Maggiore, che mi riportava indietro nel tempo, in un'epoca antica, dove il tempo scorreva diversamente.

E poi l'apicoltura. Le api, le arnie, il miele. Un tentativo di riconnettermi con la terra, con Madre Terra, che mi guardava indifferente. Un giorno scoppiò un incendio a Jurbarkas. I pompieri arrivarono da Kaunas, con le loro sirene e le loro divise. La fiamma divorò un vecchio fienile, e con esso una parte della mia memoria. L'economia cambiava: il litas divenne euro, e la corona danese ballava attorno. Io ero rimasto con un vecchio bilanciere, uno di quelli che si usavano per pesare il grano. Lo vendetti per due euro. Un affare, forse. O forse no.

Tutto questo mi portò a pensare al Graal. Non come a un calice d'oro, ma come a qualcosa di sporco, caduto sulla terra, che si risvegliava con il sangue innocente della natura. Il Graal era una donna, una dea, come Cleopatra, che morì per amore, resa debole dal serpente della passione. E Gesù, immortale, che guardava tutto dall'alto. La religione, il Vaticano, i concetti, tutto mi sembrava una gabbia da cui volevo uscire. Volevo essere libero, come l'uomo non ancora nato, puro spirito, senza forma, senza legami.

Fu in quel momento di confusione che apparve Kipras. Non so da dove venisse. Sembrava essere lì da sempre, con i suoi occhi che vedevano attraverso le parole. Mi sorrise, e la sua voce era calma come un lago. "Il Graal non è un oggetto", disse, "ma un riflesso della verità interiore". Le sue parole mi penetrarono come un ago sottile. Non capivo, ma sentivo che era vero.

Il capitolo si chiude con quella frase che ancora mi risuona dentro, mentre la notte cade su Jurbarkas e il volto di Lenin, nel buio, sembra sorridere di un sorriso amaro. La storia si ripete, ma le facce cambiano. E io, forse, ho iniziato a capire quale sia la mia.

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