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Chapter 3

Episode 3mano melyna sala

Tarsi veranda

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Le foglie di acero danzavano nell’aria tiepida mentre Elizabete varcava la soglia della veranda. La ringhiera di legno, sbiancata dal sole e dalle piogge, tratteneva ancora il calore del pomeriggio. Si sedette sulla panca di vimini, con la tazza di tè che fumava tra le mani, e guardò il giardino che si spogliava lentamente. I crisantemi viola e gialli resistevano ostinati, come promesse di un colore che non voleva arrendersi all’inverno.

La lista delle prenotazioni era rimasta sul tavolo della cucina, dimenticata per la prima volta da settimane. Il telefono taceva. Jonas aveva detto che sarebbe passato più tardi, con il suo sorriso tranquillo e una scusa per restare. Sofija, invece, aveva chiamato mezz’ora prima: “Vieni fuori, Elizabete. La veranda ti aspetta.”

E ora era lì, con le dita intrecciate attorno alla ceramica calda, e un silenzio che non era vuoto ma pieno di fruscii. Un corvo gracchiò da un ramo spoglio, poi tacque. Oltre il recinto, la città di Kaunas si stendeva come un mantello di tetti rossi e campanili, il fiume Nemunas che luccicava appena tra gli alberi.

“Mano melyna sala”, mormorò tra sé. La mia isola blu. Era il nome che aveva dato a quel piccolo angolo di veranda quando la vita diventava troppa. Un’isola immaginaria dove il tempo si fermava e le richieste degli altri si dissolvevano come nebbia al sole.

Chiuse gli occhi e inspirò l’odore di terra bagnata e foglie marce. Sentì il peso delle spalle cedere un poco, come se qualcuno avesse allentato una corda troppo stretta. Il tè era ancora caldo, il cielo si tingeva di rosa e arancione, e per un istante Elizabete non fu la donna delle prenotazioni, delle liste, dei doveri. Fu solo una donna su una veranda, in autunno, con le guance arrossate dal vento.

Poi sentì i passi di Jonas sul vialetto di ghiaia. Aprì gli occhi e sorrise, senza alzarsi. Lui si fermò ai piedi della veranda, una mano in tasca, l’altra che reggeva una piccola mela.

“Te l’ho portata”, disse, porgendogliela.

Elizabete prese la mela, lucida e rossa come una promessa. “Grazie”, rispose. “Siediti. Qui c’è posto per due.”

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