Chapter 2
As du savy
Veterane
Il mattino si era svegliato con un cielo di latta, quel grigio che a Kaunas conosce bene chi ha imparato a leggere i presagi autunnali. Elizabete stava davanti alla finestra della sua piccola cucina, la tazza di tè ormai fredda tra le mani, e guardava le foglie di acero che si staccavano dai rami come firme stanche su un contratto che nessuno aveva mai chiesto di sottoscrivere.
La lista delle prenotazioni era ancora lì, appoggiata sul tavolo di quercia, con i nomi scritti a matita, cancellati e riscritti. Ma oggi, per la prima volta, non le sembrava una sentenza. Era solo carta. E la carta, si può sempre strappare.
Sofija l'aveva chiamata la sera prima, con quella voce che sapeva di miele e di consigli non richiesti.
"Elizabete, cara, devi imparare a dire di no. Non sei un albergo, sei una donna."
"Ma è il mio lavoro."
"Il lavoro non deve diventare una gabbia. A volte bisogna chiudere la porta e lasciare che il vento entri da un'altra parte."
Elizabete aveva riso, ma il riso era rimasto appeso in gola come una foglia secca. Ora, con la tazza fredda in mano, quelle parole le tornavano con la precisione di un orologio svizzero.
Decise di uscire. Senza agenda, senza telefono, senza la lista. Solo il suo cappotto di lana verde, la sciarpa di lana grezza che Jonas le aveva regalato tre inverni fa, e le scarpe comode che sapevano camminare senza fretta.
La città si apriva davanti a lei come un libro già letto, ma che ogni volta regala un dettaglio nuovo. Il vicolo dietro la chiesa di San Michele Arcangelo, dove un tempo c'era una piccola bottega di orafo, ora ospitava una libreria di libri usati. Elizabete si fermò davanti alla vetrina. Un volume di poesie di Salomėja Nėris, la copertina consunta, il dorso segnato dal tempo. Entrò.
Il profumo di carta vecchia e polvere la avvolse come una coperta. Il libraio, un uomo magro con occhiali da vista spessi come fondi di bottiglia, alzò lo sguardo e sorrise.
"Buongiorno, signora Elizabete. Cercava qualcosa di particolare?"
"Non lo so. Cerco qualcosa che non so di cercare."
L'uomo annuì, come se quella risposta fosse la più normale del mondo. "Allora è qui nel posto giusto. I libri sanno aspettare."
Elizabete sfogliò il volume di Nėris. Una poesia catturò la sua attenzione: "Aš esu savy" — Io sono in me. Le parole le sembrarono scritte per lei, in quel preciso momento, in quella piccola bottega polverosa.
Comprò il libro e uscì. La pioggia aveva cominciato a cadere, una pioggerella sottile e ostinata, tipica di ottobre. Ma non le importava. Camminò fino al parco di Santakos, dove il Nemunas e il Neris si incontrano in un abbraccio liquido che non chiede permesso.
Si sedette su una panchina bagnata, senza curarsi del freddo che cominciava a mordere. Aprì il libro e rilesse la poesia. Ogni parola era come un piccolo seme che cadeva nel terreno arato della sua anima.
Aš esu savy — Io sono in me.
Non era una frase fatta, non era uno slogan. Era una scoperta. Per anni aveva vissuto attraverso le prenotazioni, gli orari, le richieste degli altri. Era diventata un'agenda con la copertina di pelle, bella ma vuota. Ora, in quel momento di pioggia e silenzio, sentiva che qualcosa dentro di lei si stava risvegliando.
Chiuse il libro e lo strinse al petto. Le foglie continuavano a cadere, ma non le sembravano più perdite. Erano semplicemente foglie che facevano spazio a qualcosa di nuovo.
Quando tornò a casa, Jonas era in cucina, con la sua giacca di velluto a coste e l'aria di chi non sa bene cosa fare con le mani.
"Sei uscita senza telefono," disse, non come un rimprovero ma come una constatazione.
"Sì. Avevo bisogno di respirare."
"E hai trovato quello che cercavi?"
Elizabete sorrise, un sorriso che non conosceva da molto tempo. Tirò fuori il libro dalla tasca del cappotto e lo posò sul tavolo, accanto alla lista delle prenotazioni.
"Ho trovato una domanda. E forse anche l'inizio di una risposta."
Jonas annuì lentamente, con quella saggezza silenziosa che la faceva sentire al sicuro. "Allora la lista?"
Elizabete la guardò. I nomi, le date, le richieste. Sembravano così lontani, come se appartenessero a un'altra vita.
"La lista può aspettare. Io no."
Prese il foglio, lo piegò con cura e lo infilò nel cassetto del comò, sotto un vecchio album di fotografie. Non lo strappò. Non ancora. Ma per la prima volta, sapeva che era lì solo perché lei lo aveva scelto, non perché la definiva.
La sera scese presto, come sempre a ottobre. Elizabete preparò una tisana di camomilla e melissa, e si sedette alla finestra. La pioggia aveva smesso, e il cielo si era aperto in una crepa di rosa e oro, come una ferita che guarisce.
Kaunas rudens rausvi skruostai — le guance rosate dell'autunno di Kaunas. La frase le venne naturale, come una carezza.
Forse non aveva bisogno di lasciar andare tutto. Forse doveva solo imparare a non aggrapparsi così forte. A volte basta aprire la mano e permettere al vento di portare via ciò che non serve più.
Il libro era ancora sul tavolo. Elizabete lo aprì a caso e lesse un'altra poesia. Sorrise. La vita, pensò, è come questo libro: non sai mai quale pagina ti aspetta, ma se ti fidi, trovi sempre le parole giuste al momento giusto.
E per la prima volta dopo molto tempo, Elizabete non sentì il peso delle prenotazioni sulle spalle. Sentì solo il battito del suo cuore, lento e costante, come un tamburo che finalmente suona per se stesso.