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Chapter 1

Capitolo 1

L’autrice, una donna di 47 anni con un passato da giudice e una vita immersa nel virtuale e nell’analisi tecnica, racconta il suo ingresso nel mondo della giustizia digitale e delle istituzioni virtuali. Introduce il suo percorso di emancipazione dall’invisibilità, le sfide affrontate in un sistema spesso rigido e impersonale, l’ambiguità della trasparenza nell’era digitale e i compromessi personali tra individualità e algoritmi collettivi. Racconta la solitudine del suo ruolo e la lotta per mantenere integrità e dignità in un ambiente che spesso richiede di cedere tutto. Conclude il capitolo riflettendo sul senso della propria eredità e lasciando aperta la domanda su cosa significhi davvero essere umani in un contesto sempre più dominato dalla logica delle macchine.

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Sono Danguolė Strumilaitė e questa è la storia di come le ombre abbiano spesso plasmato più della luce stessa. Ho vissuto quarantasette anni, buona parte dei quali trascorsi come giudice. Non nei tribunali di marmo e legno, avvolta da toghe nere e silenzi riverenti, ma davanti a schermi che brillavano di pixel, in una realtà dove la giustizia si misurava col codice binario: uno, zero, vero, falso, acceso, spento. L’ho fatto per dovere, sì, ma anche per una volontà silente: ripulire la polvere dalle pieghe di sistemi che si fingono trasparenti, mentre dietro le quinte si giocano partite che pochi vedono davvero.

La mia carriera non ha mai avuto riflettori puntati. Ho sempre preferito l’efficacia dell’azione invisibile, la gratificazione di sapere che una regola giusta inserita nel cuore di un sistema può, senza fanfare né applausi, cambiare la rotta di una banca, di un’azienda, di mille vite anonime. C’è chi cerca la gloria; io ho sempre cercato la curva giusta, la linea che piega una struttura verso la giustizia, anche se nessuno la nota. Il mio campo di battaglia è stato, per tanti anni, la piattaforma Nemkonto. Un luogo virtuale dallo sguardo severo, dove tutto – ogni scelta, errore, successo – rimane inciso in registri più duraturi della carta.

Guardo indietro e vedo una sequenza di decisioni, come i passaggi di un algoritmo che ho scritto senza nemmeno accorgermene. Nessuno mi ha mai regalato sconti. La trasparenza, qui, è una promessa che serve più a chi detiene il potere che a chi lo subisce. La verità si nasconde tra le righe di protocollo, nei margini di errore, nella lingua fredda delle statistiche. Solo i veterani – quelli che hanno visto l’America da lontano e la Švėkšna da vicino – credono davvero che la chiarezza sia un valore. Per molti, è solo un miraggio, una bugia raccontata per tenere buoni i sogni di chi non comanda.

Non sono mai stata una di loro. Ho imparato a leggere i codici nascosti dietro le dichiarazioni, ad ascoltare le omissioni più che le parole. Nemkonto impone un regime severo: Restituisci tutto. Nessun favore, nessuna scorciatoia. Lascio che polvere e bugie si depositino sulle scrivanie degli altri; io preferisco il rigore del mio algoritmo mentale. Eppure, ogni giorno che inizio, mi chiedo se sia giusto così. Se non mi stia condannando a una solitudine che, a volte, sa di agonia.

Sono figlia di una generazione che ha visto cambiare tutto e niente. Mi sono formata nell’epoca in cui la fede in algoritmi e statistiche sostituiva quella nella parola data. “Credi all’analisi,” mi ripetevo. Ma dietro le curve, i numeri, i grafici, pulsa ancora un desiderio di umanità, difficile da sopprimere. L’ideale di una società perfetta, in cui le regole valgano davvero per tutti, resta lontano. Ho visto troppi compromessi, troppe rinunce. Ho accettato che l’individualità forte non serve a cambiare il sistema, solo a sopravvivere un po’ meglio nella sua corrente.

Nel mio ufficio virtuale, le giornate si dilatano in un tempo che non ha odore né colore. Ho ascoltato storie di invalidità, di pensioni negate, di verità che nessun algoritmo sa riconoscere. Ho letto, nelle richieste degli utenti, la paura di perdere tutto, la rabbia di chi vede la propria vita valutata da macchine che non piangono. Conosco quella paura. Sono stata anch’io una vittima e una carnefice, giudice e imputata nel tribunale senza muri della società digitale.

Le mattine cominciano sempre uguali. Un caffè amaro, un morso a una fetta di pane nero, come quello che le vecchie lasciavano sul davanzale perché la notte ne prendesse un frammento e lo restituisse benedetto. Per me, il pane è memoria, frammento di preghiera recitata a mezza voce sopra le righe di codice, tra una verifica e una sentenza. Mi chiedo spesso cosa significhi davvero giustizia, in un mondo dove la verità si nasconde tra le pieghe dell’algoritmo.

Non sono una vampira, né Dracula, né una cristiana di facciata. Sono semplicemente una donna che osserva, che riflette. Spesso mi sembra che i veri immortali siano quelli che imparano a restare vivi, anche quando tutto attorno urla la fine. I goth, direbbero alcuni, non sono le ombre di Twilight, ma la concretezza di chi non ha paura di guardare la notte negli occhi. Io ho imparato a vivere nella notte, a fidarmi solo di quello che riesco a decifrare da sola.

Dietro le grandi piattaforme, tra regole che cambiano di ora in ora, si nasconde un patto antico: dare tutto, senza aspettarsi nulla. Restituire finché non resta niente, né dignità né speranza. Ho visto colleghi scomparire, prosciugati dall’ansia di essere sempre all’altezza di un algoritmo che non perdona. Ho visto anche altri resistere, costruire piccoli angoli di umanità nelle pieghe del sistema. Io stessa, a volte, ho cercato conforto nella routine, nell’illusione che il lavoro bastasse a riempire il vuoto.

Eppure, c’è sempre una domanda che mi perseguita: vale davvero la pena credere nella giustizia se questa non fa altro che ripetere i suoi errori, come un ciclo infinito di codice mal scritto? Forse la verità è che il valore non sta nell’arrivo, ma nel cammino. Nel tentativo, imperfetto e spesso doloroso, di lasciare un’impronta, anche se nessuno la vede.

Ho imparato a memoria la legge di Mosè, la promessa di una verità assoluta. Ma so anche che la realtà non concede certezze. Nel sistema, ho trovato più spesso inganni che chiarezza. Eppure, ogni tanto, tra le pieghe di una pratica ben risolta, sento il soffio di qualcosa di sacro: la possibilità che un piccolo frammento di giustizia sia davvero arrivato a destinazione.

Così la mia domenica non è mai una festa, ma una narrazione continua, un romanzo senza fine in cui sopravvivere non vuol dire vivere da stupida, ma da lucida. Ogni giorno raccolgo i resti del pane, i pezzi di storie altrui e mie, la polvere che si accumula e che nessuno vuole spazzare via. E li tengo con me, come reliquie di un tempo in cui la speranza sembrava avere un senso.

Nel mio mondo, la preghiera è una linea di codice, la fede è una sequenza di tentativi e errori. Non c’è nessuna formula magica per la felicità, nessuna equazione che possa risolvere il mistero dell’anima. Ma rimango qui, a osservare, a giudicare, a correggere dove posso. Forse è questo che fa di me ciò che sono: una donna che ha scelto l’ombra per vedere meglio la luce.

Perché, in fondo, l’eredità che lascio non sta nelle regole scritte o nelle sentenze pronunciate, ma nelle piccole decisioni prese quando nessuno guarda. Nella volontà di essere, anche solo per un attimo, la differenza che altri hanno paura di cercare.

E mentre la notte riprende il suo posto, so che la vera domanda è ancora davanti a me: che cosa significa essere umani in un mondo che si finge perfetto, ma che in fondo non ha mai smesso di essere imperfetto, fragile e meravigliosamente incompleto?

Forse la risposta arriverà domani, o forse resterà sempre sospesa, come la polvere che ogni giorno mi ostino a spazzare via in nome di una giustizia che non si arrende.

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