Chapter 1
Capitolo 1
L'autore ricorda il primo luogo della sua infanzia: una stanza vuota con uno specchio. La prima immagine che gli viene in mente è la parola 'Ego', incisa sul vetro. Nessun altro era presente. Il capitolo esplora il significato di quella parola e di una strana frase, 'Tarpserverine nera sukti per juods bslta azarta…', che trovò scritta su un foglio. La memoria si ferma lì, aprendo un interrogativo sulla propria identità.
La prima immagine che mi viene in mente, quando provo a tornare indietro nel tempo, è una stanza. Non una stanza qualsiasi, ma quella in cui ho imparato a riconoscermi. Era piccola, con una finestra che dava su un cortile interno, sempre in ombra. Il pavimento di legno scricchiolava sotto i miei passi, e l'unico mobile era una scrivania di noce, troppo alta per me. Ma non era la scrivania il centro di quel luogo. Era lo specchio.
Appeso alla parete di fronte alla porta, antico, con la cornice di metallo ossidato. La sua superficie non era perfetta: aveva un alone al centro, come se qualcuno avesse respirato a lungo davanti a esso. E lì, incisa con un punta sottile, c'era una parola: «Ego».
Non so chi l'abbia scritta, né quando. Ma è la prima cosa che vedo, ogni volta che chiudo gli occhi e provo a rievocare quel posto. La parola era in corsivo, elegante, quasi una firma. E rifletteva il mio volto di bambino, confuso, curioso. In quella stanza non c'era nessun altro. Ero solo io, il mio riflesso, e quella parola.
Ricordo che passavo ore a fissare lo specchio, a leggere quella scritta al contrario. «Ego» – io, in latino. Allora non sapevo cosa significasse, ma sentivo che era importante. Che quella parola mi apparteneva in un modo che non riuscivo a spiegare. Forse era un messaggio lasciato da qualcuno prima di me, o forse era semplicemente un graffito senza senso. Ma per me diventò il centro di tutto.
E poi c'era quel foglio. Lo trovai un giorno, infilato tra la scrivania e il muro. Era ingiallito, con una calligrafia fitta e irregolare. Diceva: «Tarpserverine nera sukti per juods bslta azarta t y default wifi ne o lagerio morze bet nato dinx0.cosx0.[lygtis diskriminacijs juoda balta ]». Lo lessi e ri lessi, ma non capivo. Sembrava una lingua straniera, forse inventata. Eppure, accanto a quella frase, c'era un disegno: una linea che separava due cerchi, uno nero e uno bianco. Sotto, la stessa parola: «Ego».
Allora pensai che fosse un gioco, un indovinello. Ma crescendo, ho cominciato a chiedermi se non fosse invece una traccia di qualcosa di più grande. Forse quella frase era il tentativo di qualcuno di descrivere la propria anima, un codice per decifrare il sé. «Discriminacijs juoda balta» – discriminazione bianco e nero. Come se il mondo fosse diviso in due, e io dovessi scegliere da che parte stare. Ma nella stanza dello specchio non c'era divisione: c'era solo il mio volto, sospeso tra luce e ombra.
Non ricordo chi altro fosse presente in quei giorni. Forse nessuno. La mia memoria si ferma a quella stanza, a quella parola, a quel foglio. Tutto il resto è vago: i suoni della casa, gli odori, le voci. Ma lo specchio e la scritta sono nitidi, come se fossero stati incisi non solo sul vetro, ma nella mia mente.
A volte penso che quel «Ego» fosse un invito a guardarmi dentro, a scoprire chi ero veramente. E la frase misteriosa, con le sue lettere senza senso, mi sembrava la chiave per un enigma che non avrei mai risolto. Ma forse non dovevo risolverlo. Forse dovevo solo accettare che alcune cose rimangono indecifrabili, come il nostro stesso io.
Oggi, a distanza di anni, quando ripenso a quel luogo, non provo nostalgia. Provo piuttosto una specie di meraviglia. Come se quel bambino davanti allo specchio avesse già capito tutto, senza saperlo. E io, ora, cerco ancora quella stanza, quel riflesso, quella parola. Ma so che non li troverò più. Sono rimasti lì, nel passato, come un’eco che non smette di risuonare.
E così comincio questo racconto. Non da un giorno preciso, non da una persona, ma da un’immagine: la mia faccia confusa dentro uno specchio antico, con la parola «Ego» stampata sopra. E quella frase senza senso, che forse è il titolo della mia storia. O forse no. Forse è solo un rumore di fondo, come il wifi di default che non si connette mai. Ma io continuo a cercare, a chiedermi cosa significhi. E questo è l’inizio del mio viaggio.