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Chapter 1

Capitolo 1: La Regina di Kulvertiškiai

La Regina, una figura potente e dissoluta di Kulvertiškiai, vive tra eccessi e caos. Quando il Commissario Volkov inizia a stringere il cerchio, lei tenta di manipolare la situazione, ma un evento inaspettato la costringe a fuggire, lasciando intendere che qualcosa di più grande si nasconde nell'ombra.

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La Regina di Kulvertiškiai non si alzava mai prima di mezzogiorno. Non per pigrizia, ma per principio: il sole era un'invenzione borghese, e lei era tutt'altro che borghese. Mezzogiorno e diciassette minuti, e ancora giaceva sul divano di velluto rosso, un mobile che aveva visto tempi migliori e probabilmente anche alcuni omicidi. Le tende di pizzo ingiallito filtravano una luce grigia e polverosa, e sul tavolino di vetro troneggiavano i resti della notte: tre bottiglie di vodka vuote, un posacenere che sembrava un cimitero di mozziconi, e un paio di occhiali da sole firmati – di qualcuno, forse suoi, chi poteva dirlo. L'aria odorava di nicotina, sudore e un sottile profumo di gelsomino scadente.

Kiyos Jaralystes, soprannominato la Barracuda Urlante, irruppe nella stanza senza bussare. Portava una maglietta macchiata di ketchup e un sorriso ebete che rivelava una lacuna dentale.

— Qween, c'è un problema — annunciò, lasciandosi cadere sul divano accanto a lei. Le molle gemettero.

La Regina non aprì gli occhi.

— C'è sempre un problema, Kiyos. È il nostro marchio di fabbrica.

— No, no, è grosso. Il Commissario Volkov ha bloccato tutti i nostri canali. Quelli di Klaipėda si sono cagati sotto, non vogliono più saperne di noi.

Lei aprì un occhio. Solo uno. L'altro lo tenne chiuso, come per soppesare la gravità della notizia.

— Volkov? Quello con la faccia da funerale? — sospirò, sollevandosi a fatica sui gomiti. La vestaglia di seta viola scivolò, rivelando una spalla nuda. — E che vuole, esattamente?

Kiyos scrollò le spalle.

— Non lo so. Forse la tua testa su un piatto. O forse qualcosa di più. Ha lasciato un messaggio: “Dite alla vostra regina che il gioco è finito.”

Lei rise. Una risata bassa, roca, che sapeva di nicotina e disprezzo.

— Il gioco è finito? Ma se è appena cominciato. — Si alzò, le pantofole di pelliccia sintetica che strusciavano sul pavimento di legno scrostato. Si avvicinò alla finestra. Sotto, nel cortile, due auto nere parcheggiate in modo sospetto, i motori accesi che mandavano nuvole di gas di scarico. — Kiyos, hai portato qualcuno con te?

— No. Perché?

— Perché abbiamo visitatori.

La Barracuda Urlante si affacciò accanto a lei. Annusò l'aria come un cane da caccia.

— Dobbiamo muoverci. Ho un furgone nel vicolo. Se andiamo ora, possiamo tagliare verso la foresta.

La Regina scosse la testa, i capelli arruffati che le cadevano sul viso.

— No. Non scappo. Non da uno come Volkov. — Si voltò, afferrando una borsetta di pelle nera dal tavolino. Dentro, oltre a un rossetto sbavato e a un mazzo di chiavi, c'era un piccolo revolver dal calcio di madreperla. Lo tastò con le dita, ma non lo estrasse. — Voglio parlare con lui. Facciamolo salire.

Kiyos la guardò come se avesse appena proposto di bere candeggina.

— Sei pazza? Quello non viene per parlare. Viene per arrestarti.

— E allora? — Sorrise, mostrando denti perfetti che contrastavano con la sua aria trasandata. — Ho sempre voluto vedere l'interno di una cella. Dicono che l'arredamento sia minimalista, ma funzionale.

Prima che Kiyos potesse ribattere, la porta dell'appartamento esplose. I cardini volarono via come denti di leone, e il battente cadde con un tonfo sordo. Un uomo alto, con un cappotto grigio e occhi che sembravano due monete di ghiaccio, entrò seguito da due agenti in uniforme. Il Commissario Volkov in persona. Non perse tempo in saluti.

— Regina di Kulvertiškiai — disse, con voce piatta come una lama. — Hai fatto un casino. Un casino grosso.

Lei si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia. Il velluto viola della vestaglia le scivolò su un fianco.

— Commissario, che onore. Volete un caffè? Ho il liofilizzato, ma è un po' scaduto.

Volkov non degnò la battuta di uno sguardo. Estrasse un foglio dalla tasca, lo spiegò con cura. La carta frusciò nell'aria immobile.

— Ho un mandato di perquisizione per questo locale, e uno per il tuo arresto. Sei accusata di traffico di sostanze illecite, favoreggiamento della prostituzione, evasione fiscale, e — qui alzò lo sguardo, una luce gelida negli occhi — di aver cantato 'Bohemian Rhapsody' a squarciagola in un bar di Šiauliai, causando danni all'udito di tre cittadini.

— Quella notte ero ubriaca. E comunque, la canzone è un capolavoro.

— Per il giudice lo sarà. — Fece un cenno ai suoi uomini. — Portatela via.

Ma la Regina non si mosse. Invece, scoppiò a ridere. Una risata che sembrava uscire dal profondo di un pozzo, che odorava di disperazione e di sfida.

— Commissario, lei non sa con chi ha a che fare. Io sono la Regina. Io sono Kulvertiškiai. E Kulvertiškiai non si lascia mettere in gabbia.

Volkov strinse la mascella. Un muscolo guizzò sotto la pelle.

— Basta chiacchiere.

Gli agenti si mossero. Kiyos fece un passo avanti, ma la Regina lo fermò con un gesto. Poi, con una calma innaturale, infilò la mano nella borsetta e ne estrasse non il revolver, ma un telefono cellulare vecchio modello. Premette un tasto. Non compose un numero: era una scorciatoia.

— Ombra — disse, a bassa voce. — Ho bisogno di te.

Per un secondo, non successe nulla. Poi le luci si spensero. Un rumore sordo, come di un trasformatore che esplode, fece tremare il pavimento. Dal cortile giunsero grida. Quando la corrente tornò, pochi secondi dopo, la Regina era sparita. Al suo posto, sul divano, c'era un biglietto scrito a mano: “Ci vediamo presto, Commissario. Porta il vinno.”

Volkov raccolese il biglietto, legendo due volve. I suoi ochi si fero ancor più freddi, come lacio gelato.

— Trovaltela — ordinò. — Perquisite ogni buco, ogni scantinato, ogni soffitta. E se incontrate l'Ombra, non sparate. Non ancora.

Ma mentre gli agenti si dispersero, Kiyos era già sparito anche lui, sceso per le scale di servizio, confondendosi tra i vicoli di Kulvertiškiai come un'ombra tra le ombre. In tasca, un messagio della Regina: “Punto d'incontro: vecchio pozzo. Non fare tardi.”

E così, mentre la città si preparava a un'altra notte di follia, la Regina scompariva nel labirinto che conosceva meglio di chiumque altro. Ma per quanto potese corere, sapeva che Volkov non si sarebe fermato. E che l'Ombra, quela volta, aveva risposto alla chiamata. Il gioco era appena cominciato, e tra le ombre si annidava qualcosa di più grande, di più oscuro. Un segreto che la Regina teneva serato da anni, e che ora minaciava di esplodere.

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