Chapter 1
Capitolo 1
In un regno dove la monarchia non è semplicemente una forma di governo ma una forma di esistenza, la giovane Danguole vive una vita apparentemente ordinaria tra le tradizioni e le regole del regno di Rumunija-Lietuva. Durante una lezione con il Saggio Anziano, custode delle tradizioni, Danguole avverte un'inspiegabile insofferenza verso le convenzioni del suo mondo. Il Saggio racconta antiche leggende che menzionano uno Specchio della Realtà, ma le sminuisce come semplici fiabe. Più tardi, quella notte, Danguole fa un sogno intenso e inquietante in cui percepisce una presenza oppressiva e un potere latente dentro di sé. Al risveglio, nota un riflesso anomalo nella superficie del lago vicino al castello, un riflesso che non corrisponde esattamente alla sua immagine, lasciandola turbata e curiosa.
C'era una volta un regno in cui la monarchia non era un sistema di governo. Era, più semplicemente e più complicatamente, il modo in cui il mondo funzionava. Come la gravità, o il fatto che il pane cada sempre dal lato del burro. Nessuno lo metteva in discussione perché, be', nessuno sapeva che ci fosse qualcosa da mettere in discussione. Il regno si chiamava Rumunija-Lietuva, un nome che faceva storcere la bocca ai cartografi e sospirare gli scrivani, ma che i suoi abitanti pronunciavano con la naturalezza con cui si respira.
In questo regno, dove l'esistenza stessa si piegava alla volontà della corona, viveva una giovane di nome Danguole. Se la stiate immaginando come una principessa rinsecchita su un trono dorato, scacciate subito l'immagine: Danguole non era il tipo. Aveva diciassette anni, capelli castani che facevano quello che volevano — principalmente non quello che lei voleva — e un'espressione perenne di chi guarda una torta squisita scoprendo che è farcita di fango. Era curiosa, sì. Ma di quella curiosità che ti fa mettere le dita nelle prese elettriche, per intenderci. Quella che non ti lascia in pace.
Era destinata a regnare. Tutti lo sapevano. Lei lo sapeva. Lo sapeva persino il gatto del castello, che la guardava con quella condiscendenza felina che suggeriva: "Buona fortuna, sciocca umana."
Ma c'era un problema, ed era un problema fastidiosamente vago, di quelli che non puoi spiegare a un medico senza che ti prescriva una tisana inutile: Danguole sentiva che qualcosa non andava. Non nel senso in cui qualcosa non va quando il fornaio brucia il pane o quando il vento soffia da nord invece che da sud. Qualcosa di più profondo. Come se il mondo fosse un quadro dipinto da qualcuno che aveva dimenticato un colore. E quel colore fosse importante.
La mattina in cui la nostra storia comincia — perché le storie devono pur cominciare da qualche parte, e una mattina vale l'altra — Danguole era seduta nell'aula del Saggio Anziano, il cui vero nome nessuno ricordava più, ma il cui soprannome era sufficientemente descrittivo da renderlo superfluo. Il Saggio era vecchio. Non vecchio nel modo dignitoso dei saggi da manuale, con barbe fluenti e occhi che brillano di saggezza ancestrale. Vecchio nel modo in cui un mobile è vecchio: scricchiolava quando si muoveva, aveva angoli consumati e, occasionalmente, emetteva suoni inspiegabili.
"L'essenza del nostro regno," stava dicendo, e qui il narratore vi risparmia le prime quaranta ripetizioni di questa frase, "risiede nella continuità. La monarchia è esistenza. L'esistenza è monarchia. Chi regna, è. Chi non regna, partecipa all'essere di chi regna. È semplice."
Semplice come una gabbia, pensò Danguole, ma non lo disse. Il Saggio non apprezzava le interruzioni, soprattutto quelle giuste.
"Capisco," rispose invece, con quel tono che significava esattamente il contrario e che, notoriamente, il Saggio non era abile a decifrare. Per un custode delle tradizioni, era sorprendentemente sprovveduto nel leggere le persone.
"Bene," annuì lui, soddisfatto come un cuoco che si complimenta da solo per una zuppa che nessuno ha ancora assaggiato. "Oggi parleremo delle antiche leggende. Non perché siano vere, badate bene. Ma perché conoscere le fiabe del passato aiuta a apprezzare la solidità del presente."
Danguole si mise comoda — o meglio, si mise nella posizione meno scomoda possibile su una sedia di legno progettata, sembrava, per punire chiunque osasse sedersi. Il Saggio aprì un tomo rilegato in cuoio che sembrava più vecchio di lui, il che era un'impresa notevole.
"C'era una volta," cominciò, e qui il narratore si scusa per la ricorrenza di questa frase, ma le fiabe hanno i loro rituali, "uno Specchio. Non un oggetto, capite? Un luogo. Un punto dove la realtà si fermava a guardarsi. Si diceva che chi vi si specchiasse non vedeva il proprio volto, ma la propria... essenza. La volontà nuda. Il potere crudo di plasmare ciò che è."
Danguole si sporse in avanti. La sedia scricchiolò, ma questa volta non per colpa del Saggio.
"Dove si trova?" chiese.
Il Saggio alzò gli occhi dal tomo con l'espressione di chi ha appena visto un topo mangiare il formaggio che stava conservando. "Non si trova. Non esiste. È una leggenda, bambina. Una storia per spaventare i giovani curiosi — o, più spesso, per tentarli. Le leggende servono a questo: a dirci cosa non cercare."
"E cosa succederebbe se qualcuno lo trovasse?"
"Niente," rispose il Saggio, troppo in fretta. Il tipo di troppo in fretta che fa venire voglia di fare esattamente la domanda opposta. "Perché non si può trovare ciò che non esiste. E ora, passiamo alla genealogia della terza dinastia, che è molto più noiosa ma infinitamente più sicura."
Danguole annuì, obbediente. Dentro la sua testa, qualcosa era scattato. Non un meccanismo — niente di così meccanico. Più come un seme che si schiude, anche se il seme non sa ancora cosa diventerà. Forse un albero. Forse un incendio. Forse entrambi, considerato il tipo di albero.
La lezione continuò per un'ora che ne sembravano tre. Il Saggio parlò di dinastie, di tradizioni, di riti millenari che consistevano principalmente nel fare le cose come erano sempre state fatte, perché erano sempre state fatte così. Danguole ascoltò, annuì, e nel frattempo una parte di lei — una parte che non sapeva di avere — stava crescendo.
Quando finalmente uscì dall'aula, il sole del pomeriggio le cadde addosso come un rimprovero luminoso. Il cortile del castello era deserto, a parte due guardie che montavano la guardia con la dedizione di chi monta la guardia senza sapere esattamente contro cosa. Il cielo era di un azzurro così uniforme da sembrare dipinto. Come tutto il resto, del resto: in un regno dove l'esistenza obbediva alla corona, persino il cielo aveva la concretezza un po' artefatta di un fondale teatrale.
Danguole camminò verso il lago. Lo faceva spesso, quando l'insofferenza le mordeva le costole come un cane che non vuole essere ignorato. Il lago era il posto più vero del regno, o almeno il meno finto. Non specchiava il cielo con fedeltà; lo deformava, lo torceva, lo faceva suo. C'era qualcosa di confortante in quell'imperfezione.
Si sedette sulla riva. L'acqua era calma. Il suo riflesso la guardava dal fondo, e lei guardava lui. Per un momento, tutto fu come doveva essere.
Poi il riflesso sorrise.
Danguole non stava sorridendo.
Si alzò di scatto, il cuore che batteva come un uccello in trappola. L'acqua tornò calma. Il riflesso tornò normale. Nessun sorriso. Nessun trucco. Solo una ragazza che guardava la propria immagine e la propria immagine che guardava lei.
"Sto impazzendo," mormorò, e il narratore vorrebbe poterla contraddire con sicurezza, ma purtroppo non può. Non ancora.
Tornò al castello prima del tramonto. Cena, preghiere, riti della buonanotte che consistevano in formule recitate a memoria da persone che non ne ricordavano il significato. Una giornata come tante. Una giornata come tutte. Una giornata che, in un regno dove la monotonia era virtù, avrebbe dovuto essere soddisfacente.
Non lo era.
Quella notte, Danguole sognò.
Non i sogni consueti, quelli in cui ti dimentichi di avere un esame o ti inseguono oche giganti — anche se, nel caso di Danguole, l'oca era stata sostituita da qualcosa di peggio. Sognò un'ombra. Non un'ombra proiettata da qualcosa, ma un'ombra che era qualcosa. Una presenza densa, fredda, che riempiva lo spazio come acqua nera riempie un vaso. Non aveva forma, eppure sembrava averne molte. Non aveva voce, eppure parlava.
"Non puoi," diceva, o suggeriva, o semplicemente era. "Non devi. Non osare."
E Danguole, nel sogno, sentiva qualcosa dentro di sé rispondere. Non con parole. Con calore. Un calore che nasceva dal petto e si irradiava verso l'esterno, come se il suo corpo fosse un focolare e qualcuno avesse appena acceso il fuoco. L'ombra arretrava. Il calore cresceva. L'ombra tornava. Il calore cresceva ancora.
Si svegliò con il cuore in gola e le coperte attorcigliate come serpenti. La stanza era buia. La candela si era spenta da sola, come faceva sempre, perché in quel regno persino le candele rispettavano gli orari.
Ma c'era qualcosa. Nell'angolo della stanza. Un'oscurità che non apparteneva alla notte. Un'oscurità che sembrava guardare.
Danguole fissò l'angolo. L'oscurità sostenne il suo sguardo per un lungo, lentissimo momento.
Poi scomparve. O si nascose. O si ritirò, come l'acqua del lago quando il vento smette di soffiare. Non c'era modo di saperlo. Non ancora.
Danguole si sdraiò di nuovo, gli occhi aperti, il respiro che si rifiutava di rallentare. Sapeva — e questa era la parte più irritante, la parte che le dava fastidio come una pietra nella scarpa — che qualcosa era cambiato. Non fuori. Dentro. Come se una porta si fosse socchiusa in una stanza della sua mente che non sapeva esistesse, e dietro quella porta ci fosse qualcosa di enorme, di antico, di suo.
Il mattino dopo, sarebbe tornata dal Saggio Anziano con domande che lui non voleva sentire. Il mattino dopo, avrebbe guardato il lago e il lago avrebbe guardato lei. Il mattino dopo, l'ombra sarebbe stata ancora lì, paziente, affamata, certa che Danguole non avrebbe osato.
Ma il mattino dopo era domani. E domani, come sa chiunque abbia vissuto abbastanza, è dove le storie davvero cominciano.